Vecchio Magazzino Doganale

Scritto da: test testo In: LIQUORI DI CALABRIA Commento: 0 Visite: 345

Questa storia, dell'amaro Jefferson, anche se assolutamente vera, è una di quelle storie che sembra essere tratta da un romanzo fantastico, quasi surreale. Questo nuovo amaro, che fin da subito ha raccolto tantissimi consensi da appassionati e non, nasce, o meglio rinasce, grazie ad Ivano Trombino. Qualche anno fa, senza alcun preavviso, l'appassionato di liquori riceve un baule dall'oltre oceano, eredità di un nonno vissuto in America e conosciuto poco; Egidio Trombino. Lo scrigno contiene una serie di diari, racconti e ricerche botaniche, relativi al suo arrivo in Calabria, nel piccolissimo paese di Sartano. Diari che raccontano una storia che si apre con un naufragio e con l'approdo al vecchio magazzino doganale, dove il magazziniere, un certo Giocondo, da il benvenuto ad un trio di amici con due passioni nel cuore, la botanica e il buon bere.

La storia:
quella notte pioveva, il mare era in tempesta. Eravamo io, Gil, Roger ed il grandissimo Jefferson, il nostro capitano. La nave sembrava abbandonarci in balia delle onde, parlavamo delle nostre avventure, non vedevamo l’ora di arrivare in Italia, quel paese fantastico, per rilassarci e ripartire per il grande continente. Un onda pazzesca o forse un drago marino, non so se esiste, picchiò un colpo micidiale e io ed i miei amici ci ritrovammo sul ponte. Non riuscimmo a resistere a quel drago che fu fatale, pensavamo di non farcela. A salvarci fu quel vecchio baule che avevamo sulla nave. Dopo una nottata in mare, Jefferson capì, non so come, che eravamo vicini alla terra. Gil pregava, non so cosa diceva nella sua disperazione… Certo la voglia di vivere era tanta. Le ultime forze sembravano abbandonarci quando all’improvviso con i miei piedi toccai il fondo, Roger gridò: “Siamo salvi!”. Stremati ci sdraiammo su quella spiaggia incantevole. Passarono non so quante ore, forse un giorno, prima del nostro risveglio. Ci ritrovammo in un paradiso, Jefferson avvertì che sarebbe stato il suo posto eterno, disse subito: “Io rimarrò qui per sempre”. Cammina cammina, come nella favole, percorremmo agrumeti e sentieri botanici pieni d’erbe aromatiche. Lì scorgemmo un Vecchio Magazzino Doganale dove trovammo una famiglia che ci accolse. Giocondo, il proprietario, ci prese a lavorare nel suo magazzino, lui era un venditore di spezie e qualche distillato di contrabbando. Quel magazzino Jefferson lo definiva, non posso mai dimenticarlo, “La Profumeria”. Passarono anni, non so quanti, ci innamorammo di quel territorio che ci riempiva ogni giorno di sorprese, senza perdere mai quella nostra passione di bere bene. Ognuno di noi aveva la materia prima e la conoscenza per creare un proprio liquore. Io non ci riuscii mai, ma loro si. Per gioco, incominciammo a vendere i nostri liquori. Jefferson era convinto di avere l’amaro più buono al mondo, forse aveva ragione, tant’è che sulla sua etichetta riportò la scritta: “Amaro Importante”. Merito dei successi che aveva ottenuto nei grandi salotti d’Italia e d’Europa. Gil e Roger non si sarebbero mai aspettati così tanti riconoscimenti. Tra il 1871 e il 1914, Jefferson non poteva non osservare le mode e le tendenze dei salotti delle più grandi città… Infatti, in quegl’anni nasceva la Belle Epoque, periodo storico, culturale e artistico, dove si distinse l’alta borghesia e furono fatte numerose scoperte e invenzioni come il primo telefono, il cinema, le prime automobili e la radio. Fu una grande sorpresa vedere arrivare Jefferson, nel lontano 1886, alla guida di una ferraglia su tre ruote, piena di casse di legno contenenti le sue bottiglie. Era la prima automobile che io avessi mai visto, una Benz Patent Motorwagen e la usava per vendere il suo amaro. Jeffersone era un tipo geniale e pieno di sorprese. Infatti non lo vedemmo per mesi, quando scoprimmo che era a Parigi all’Esposizione Universale per l’inaugurazione della Tour Eiffel. Durante la sua permanenza nella capitale francese, alloggiò nel quartiere più famoso di Parigi, Le Pigalle, lì si trovava il Moulin Rouge, locale dove passò fantastiche serate.  Conobbe madame Milù, una splendida ballerina del Moulin Rouge… Bastò uno sguardo per innamorarsi. Fu una bella storia d’amore, inconsapevolmente, o forse per curiosità, lessi delle bellissime lettere. La Calabria e il Vecchio Magazzino Doganale erano la mia vita. Ogni giorno era come il primo, eravamo presi da quel lavoro che amavamo più di ogni altra cosa. Guardavamo con passione  Giocondo, nel suo mestiere aveva fiuto in tutto, uomo di poche parole e maestro di vita. Le botaniche nelle sue mani esprimevano cose straordinarie a volte impensabili. Il periodo di raccolta del bergamotto e del cedro era un momento sacro per lui, un vero esperto intrattabile, di sicuro nascondeva dei segreti. Jefferson era il più curioso. Cercava sempre di seguirlo, il più delle volte di nascosto, per cercare di capire quale fosse il segreto per produrre un liquore di bergamotto e di cedro cosi naturale e unico. Partivamo, ancora prima dell’alba, con il suo carretto a traino e le sue ceste vuote per raggiungere quel posto magico, ancora più a sud del Vecchio Magazzino Doganale, a quattro, forse cinque ore di distanza. Una volta arrivati, rimanevo colpito dai profumi che si sentivano in quel giardino meraviglioso, qualcosa di unico e magico. Giocondo con molta pazienza e controllo iniziava a raccogliere ad uno ad uno i frutti che per lui erano sacri, aveva un profondo rispetto del luogo dove si trovava. Una volta finito ripartivamo per casa, stranamente avevo l’ impressione di impiegarci molto meno del viaggio d’andata, forse la voglia di realizzare un sogno. Arrivati, Giocondo non perdeva tempo per iniziare la lavorazione. Ricordo ancora le sue mani ruvide piene di essenze di quei  frutti meravigliosi. Completava l’opera portando il tutto nella sua “Stanza Buia”, nessuno poteva entrare li dentro. Ripeteva sempre: “Silenzio! ”. Ho sempre pensato che li ci fosse qualcosa di segreto e misterioso. Spero che chi avrà la fortuna di assaggiare questo liquore non cerchi spiegazioni o formule matematiche, ma provi la passione, le emozioni e i sacrifici di chi lavora ogni giorno nella terra per creare ciò.


Tratto dal diario di Egidio Trombino, nonno di Ivano Trombino, oggi erede della storia, e delle ricette di questo amaro importante.

Mi recai a Londra. Avevo intrapreso il viaggio per condurre un indagine di mercato sui liquori nella capitale inglese. Dopotutto, speravo di confrontarmi con i maestri distillatori britannici, che godevano di una cultura centenaria in fatto di distillazione di whisky e gin. Ero anche alla ricerca dei locali perfetti dove proporre il mio prodotto, con un vantaggio che tutti gli altri distillati di importazione non avevano, il nome anglosassone: Jefferson. Inoltre, volevo portare una piacevole novità, li dove i bitter erano poco conosciuti. Jefferson fu subito riconosciuto da tutti come un liquore di notevole qualità, tanto da essere soprannominato da alcuni baristi londinesi “Better Bitter”. Ma la mia visita a Londra non fu solo questo. Una sera fui testimone di qualcosa che ricorderò per sempre. Mi trovavo in una locanda a Whitechapel, nel quartiere ai confini della città, quando già passata da tanto la mezzanotte ed ormai stanco, salutai l’oste e chiamai la mia carrozza. Intrapresa la strada per l’hotel dove alloggiavo, improvvisamente il cocchiere fermò di colpo i cavalli e urlò prepotentemente: “Cosa diavolo stai facendo!”. Io, incuriosito, uscii dalla cabina e vidi un uomo con un mantello nero, cappuccio e lama pronta all’uso. Scappò fulmineo e davanti a noi trovammo una donna in lacrime, impaurita e ferita, ma tutto sommato viva. Margaret era il suo nome e mi guardava come se fossi il suo eroe. Andammo alla centrale della polizia per denunciare l’accaduto e una volta assicuratomi che fosse al sicuro tornai al mio Hotel. Ritornato in Italia, appresi che furono commessi alcuni omicidi a Londra dopo la mia partenza, tutte giovani donne e che l’assassino si faceva chiamare Jack lo Squartatore. Pensai subito a quella notte, a Margaret, quando il mio arrivo, in qualche modo, aveva fermato quel mostro e l’efferato gesto che stava per compiere. Allora decisi di scrivere a Margaret e, dopo poco tempo, ricevetti la sua lettera di risposta. Ero sollevato nel pensare che le avevo salvato la vita e che, per quel poco che poteva contare, avevo fermato Jack lo Squartatore. Londra 1888. Dalle pagine del diario di Jefferson

Non sò come, ma percorrendo le strade illustri del centro di Milano, appesa ad un muro, vidi una locandina molto curiosa. Attirò subito la mia attenzione, essa riportava:

“Pagliacci”
“opera lirica del maestro Ruggero Leoncavallo”
“Teatro dal Verme” “sabato 21 Maggio”
e un disegno raffigurante un pagliaccio triste e un tamburo su cui era scritto
“Ridi Pagliaccio”

Il teatro era un’altra mia grande passione. Così, senza esitazione, decisi di andare. Subito fui colpito dalla storia ambientata in Calabria, precisamente a Montalto Uffugo, non distante dal mio Vecchio Magazzino Doganale. Pensare che in quell’opera si parlava della mia terra, alla presenza di tantissimi personaggi illustri, mi riempì il cuore di orgoglio. Il mio unico pensiero era conoscere il Maestro Ruggero. Avevo delle domande… perché avesse scelto proprio quella terra, quel luogo che mi aveva amorevolmente accolto e dove avevo trovato i miei tesori. Arrivò davanti a me un uomo di grande stazza, baffoni all’insù e l’aria da duro. Mi strinse la mano dicendomi: “Ho saputo che lei ha qualcosa in comune con me, Signor Jefferson! Si tratta del luogo incantato da dove sono nate le nostre fortune!” E mi sorrise. Risposi con un altro sorriso e dissi: “Allora, bisogna non parlarne più di tanto di questa terra. Rischiamo di farcela soffiare via!”. Ci incontravamo spesso nei salotti e diventammo subito grandi amici. La Calabria non era l’unica cosa in comune… Avevamo anche altre passioni, le belle donne, la musica e soprattutto il buon bere… Non perdevamo occasione per bere il nostro drink preferito… Il Boulevardier.
Milano 1892. Dalle pagine del diario di Jefferson

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